Hai aperto (o stai per aprire) la partita IVA per vendere online e tutti ti dicono la stessa cosa: “Vai di forfettario, si paga pochissimo!”. Ma è davvero così?
La risposta è… Dipende! Il regime forfettario è quasi sempre la scelta giusta per chi parte con un business online, ma ha regole precise, limiti da rispettare e qualche trappola che può costarti cara se la scopri a dicembre invece che a gennaio.
Io stesso, quando ho iniziato a vendere online, ho passato ore a decifrare coefficienti di redditività, gestioni INPS e soglie di uscita. E ti assicuro che capirli PRIMA di emettere la prima fattura cambia tutto.
In questa guida vediamo come funziona il regime forfettario per chi vende online nel 2026: requisiti, calcolo delle tasse con esempi numerici veri, contributi, IVA, vendite all’estero e i casi in cui il forfettario NON conviene. Step by step, senza burocratese.
In sintesi
- Il regime forfettario è il regime fiscale agevolato per chi incassa fino a 85.000 euro l’anno: paghi un’imposta sostitutiva del 15%, che scende al 5% per i primi 5 anni di nuova attività.
- Le tasse non si calcolano sui costi reali ma su un coefficiente di redditività legato al codice ATECO: 40% per l’e-commerce, 78% per servizi professionali e la maggior parte di chi vende consulenze o corsi.
- Non applichi l’IVA in fattura: un vantaggio competitivo enorme se vendi a privati, perché puoi essere più economico dei concorrenti o marginare di più.
- I contributi INPS sono spesso la voce di costo più pesante, più delle tasse: gestione separata intorno al 26% per i freelance, contributi fissi da circa 4.500 euro l’anno per chi ha un e-commerce.
- Sopra i 100.000 euro di incassi esci dal forfettario immediatamente, tra 85.000 e 100.000 esci dall’anno successivo: se il business cresce, va pianificato per tempo.
Cos’è il regime forfettario e perché piace a chi vende online?
Il regime forfettario è un regime fiscale agevolato pensato per le piccole partite IVA individuali. Niente società: parliamo di ditte individuali e liberi professionisti.
Il concetto di base è semplice: lo Stato rinuncia a farti calcolare costi, IVA e scaglioni IRPEF, e in cambio ti chiede un’unica imposta sostitutiva calcolata in modo, appunto, forfettario.
Perché piace così tanto a chi lavora online? Per tre motivi concreti.
Primo: la semplicità. Niente registri IVA, niente studi di settore, contabilità ridotta all’osso. Il tuo commercialista ti costerà tipicamente 300-800 euro l’anno invece di 1.500-3.000.
Secondo: l’aliquota. Il 15% di imposta sostitutiva (o il 5% se sei una startup, ci arriviamo) è molto meno di quello che pagheresti con l’IRPEF ordinaria, dove gli scaglioni partono dal 23% e salgono in fretta.
Terzo, ed è il punto che molti sottovalutano: niente IVA in fattura. Se vendi un infoprodotto a 297 euro a un privato, quei 297 euro sono tutti tuoi (al lordo di tasse e contributi). Un concorrente in regime ordinario, per incassare la stessa cifra, deve fare pagare al cliente circa 362 euro. Quando vendi a consumatori finali, è un vantaggio competitivo vero.
Se ti stai ancora chiedendo se aprire la partita IVA sia il passo giusto per te, ho scritto una guida dedicata su quando e come aprire la partita IVA per vendere online: leggila prima, perché il forfettario è un “come”, non un “se”.
Chi può accedere al forfettario? Requisiti e cause di esclusione
Non tutti possono usare il forfettario. I requisiti sono pochi ma vanno verificati uno per uno, perché basta sforarne uno per essere esclusi.
Il limite degli 85.000 euro
Il requisito principale: ricavi o compensi fino a 85.000 euro l’anno. Attenzione a tre dettagli che generano confusione.
Primo: si parla di incassato, non di fatturato. Se emetti una fattura a dicembre e la incassi a gennaio, conta per l’anno nuovo. Si chiama principio di cassa.
Secondo: il limite si ragguaglia all’anno. Se apri la partita IVA a luglio, il tuo limite per quell’anno non è 85.000 ma circa 42.500 euro. Tanti se lo dimenticano e sforano senza accorgersene.
Terzo: esistono due soglie di uscita. Se chiudi l’anno tra 85.001 e 100.000 euro, esci dal forfettario dall’anno successivo. Se superi i 100.000 euro, esci immediatamente, in corso d’anno: da quel momento devi applicare l’IVA e il reddito dell’intero anno finisce in tassazione ordinaria. Se il tuo business sta scalando in fretta, questo scenario va monitorato mese per mese.
Le cause di esclusione che riguardano chi lavora online
Oltre al limite di incassi, ci sono situazioni che ti chiudono la porta del forfettario anche se incassi poco:
- Hai un lavoro dipendente con reddito sopra i 35.000 euro lordi l’anno precedente: escluso. È il caso tipico di chi vuole avviare un side business mentre è assunto. Sotto quella soglia invece puoi tranquillamente avere dipendenza + forfettario insieme.
- Fatturi principalmente al tuo ex datore di lavoro (o a un datore degli ultimi due anni): escluso. La norma esiste per evitare le finte partite IVA.
- Controlli una SRL che svolge un’attività riconducibile alla tua: escluso. Se hai già una società che vende corsi e apri la partita IVA individuale per vendere… corsi, il fisco non ci sta.
- Partecipi a società di persone o associazioni professionali: escluso, salvo cessione della quota prima di iniziare.
- Spese per dipendenti e collaboratori sopra i 20.000 euro lordi l’anno: escluso. I collaboratori occasionali e i fornitori esterni (il tuo editor freelance, la tua agenzia ads) non contano: contano solo lavoro dipendente e assimilati.
La trappola tipica? Verificare i requisiti solo al momento dell’apertura e mai più. Le cause di esclusione vanno rispettate ogni anno: se a metà percorso firmi un contratto da dipendente ben pagato, l’anno dopo potresti dover uscire dal regime.
Come si calcolano le tasse nel forfettario?
Qui arriva la parte che devi capire davvero, perché è controintuitiva: nel forfettario i tuoi costi reali non contano nulla.
Il coefficiente di redditività: il cuore del sistema
Lo Stato non ti chiede di documentare le spese. Assume che una percentuale fissa dei tuoi incassi sia reddito, e quella percentuale dipende dal codice ATECO. Si chiama coefficiente di redditività.
I coefficienti che interessano chi vende online:
- 40% per il commercio, incluso l’e-commerce (ATECO del commercio al dettaglio via internet): su 50.000 euro incassati, il reddito imponibile è 20.000.
- 78% per le attività professionali: consulenti, freelance, marketer, sviluppatori, e in generale chi vende servizi o competenze. Su 50.000 euro incassati, l’imponibile è 39.000.
- 67% per molte altre attività di servizi non professionali.
Vedi la differenza? A parità di incassi, un e-commerce paga le tasse su un imponibile che è quasi la metà rispetto a un consulente. Il motivo è logico: chi vende prodotti fisici ha costi di merce alti, chi vende consulenza ha costi bassi. Il forfait riflette questa media.
La trappola tipica: scegliere il codice ATECO “a sentimento” o copiarlo da un amico. Il codice determina coefficiente, gestione INPS e obblighi burocratici. Sbagliarlo significa pagare tasse sbagliate. È una scelta da fare con il commercialista, come ho spiegato nella guida completa a fisco e burocrazia per il business online.
Imposta sostitutiva: 15% o 5%?
Sul reddito imponibile (dopo aver dedotto i contributi INPS versati, unica deduzione ammessa) paghi l’imposta sostitutiva. Sostitutiva di cosa? Di IRPEF, addizionali regionali e comunali. Un’unica aliquota piatta.
L’aliquota standard è il 15%. Ma se avvii una nuova attività, per i primi 5 anni paghi solo il 5%, a patto che non sia la prosecuzione mascherata di un’attività che facevi prima (da dipendente o con altra partita IVA).
Il 5% per cinque anni è una delle agevolazioni più generose del sistema fiscale italiano. Se stai lanciando un business online da zero, quei cinque anni sono la tua finestra d’oro per crescere e accumulare margine.
I contributi INPS: la voce che nessuno ti racconta
Ecco la parte dolorosa. Le tasse nel forfettario sono basse, ma i contributi INPS spesso costano più delle tasse. E dipendono da che tipo di attività fai:
- Freelance e professionisti senza cassa (consulenti, marketer, creator): gestione separata INPS, circa il 26% del reddito imponibile. Niente reddito, niente contributi: se incassi zero, versi zero.
- E-commerce e attività commerciali: gestione commercianti, con contributi fissi di circa 4.500 euro l’anno che paghi anche se incassi poco, più una quota percentuale (intorno al 24%) sul reddito che eccede il minimale di circa 18.500 euro. I forfettari possono chiedere la riduzione del 35% sui contributi, che aiuta parecchio nei primi anni.
Facciamo tre scenari concreti per un freelance in gestione separata con aliquota 5% (nuova attività, coefficiente 78%):
- Scenario lean, 15.000 euro incassati: imponibile 11.700, contributi circa 3.050, imposta circa 430. Ti restano circa 11.500 euro netti.
- Scenario medio, 40.000 euro incassati: imponibile 31.200, contributi circa 8.130, imposta circa 1.150. Netto: circa 30.700 euro.
- Scenario heavy, 80.000 euro incassati: imponibile 62.400, contributi circa 16.270, imposta circa 2.300. Netto: circa 61.400 euro. Con l’aliquota al 15% (dal sesto anno) l’imposta sale a circa 6.900 e il netto scende intorno ai 56.800.
Sono cifre arrotondate, ma il messaggio è chiaro: nel forfettario il vero costo non è l’imposta, sono i contributi. Mettili in conto fin dal business plan, non quando arriva l’F24.
Forfettario e vendita online: i casi concreti
Vediamo come si applica tutto questo ai tre modelli di business online più comuni.
E-commerce e dropshipping
Vendi prodotti fisici online? Ti serve il codice ATECO del commercio via internet, coefficiente al 40%, iscrizione al Registro Imprese, SCIA al Comune (la comunicazione di inizio attività) e gestione commercianti INPS.
Il coefficiente basso è un vantaggio, ma occhio: il forfettario non ti fa dedurre i costi reali. Se il tuo e-commerce ha margini sottili – compri a 70 e rivendi a 100 – il 40% forfettario potrebbe sovrastimare il tuo guadagno reale. In quel caso il regime ordinario, dove deduci ogni costo, può convenire prima di quanto pensi.
Per il dropshipping vale lo stesso inquadramento commerciale, con una complicazione in più: se il fornitore è extra-UE, la gestione IVA di importazioni e adempimenti doganali va seguita con un commercialista che conosca la materia. Non è il posto dove improvvisare.
Infoprodotti, corsi online ed ebook
Vendi corsi, ebook, membership? Qui il quadro cambia: nella maggior parte dei casi l’attività è inquadrata come servizio o attività professionale, con coefficiente al 78% e gestione separata INPS.
Il rovescio della medaglia del coefficiente alto? Le tue spese reali (ads, piattaforme, tool, collaboratori) non abbattono l’imponibile. Se spendi 1.000 euro al mese di advertising per vendere il tuo corso, quei 12.000 euro l’anno per il fisco non esistono: paghi tasse e contributi come se non li avessi spesi.
La regola pratica: finché i tuoi costi reali sono sotto il 22% degli incassi, il forfettario ti conviene comunque. Sopra quella soglia, inizia a fare i conti con il commercialista.
Freelance e servizi digitali
Copywriter, designer, sviluppatori, consulenti di marketing: coefficiente 78%, gestione separata, nessun contributo fisso. È il caso più lineare e anche quello dove il forfettario dà il meglio: parti a costo zero di struttura, versi contributi solo su quello che incassi, e con il 5% startup il carico fiscale nei primi anni è minimo.
La trappola tipica del freelance? Non accantonare. Nel primo anno di attività non paghi quasi nulla, poi a giugno del secondo anno arrivano saldo e acconti tutti insieme. Regola pratica: metti da parte il 30-35% di ogni incasso su un conto separato, e l’F24 non ti farà mai paura.
IVA, fattura elettronica e vendite all’estero
Il forfettario è “senza IVA”, ma questo non significa che l’IVA puoi ignorarla del tutto. Vediamo cosa devi sapere.
In fattura non addebiti l’IVA: emetti fatture con una dicitura specifica di esenzione e una marca da bollo da 2 euro sulle fatture sopra i 77,47 euro. In compenso, l’IVA sugli acquisti non la detrai: se compri un laptop da 1.220 euro IVA inclusa, quei 220 euro di IVA sono un costo secco per te.
La fattura elettronica è obbligatoria anche per i forfettari, per tutti. Ti serve un software di fatturazione: quelli pensati per le piccole partite IVA costano 0-15 euro al mese e ti semplificano la vita anche su scadenze e conteggi.
E le vendite all’estero? Qui serve attenzione:
- Servizi a imprese UE (esempio: fatturi una consulenza a un’azienda tedesca): devi iscriverti al VIES e presentare i modelli Intrastat quando richiesto. La fattura esce senza IVA con inversione contabile.
- Vendite digitali a privati UE (esempio: vendi il tuo corso a consumatori francesi e spagnoli): sopra i 10.000 euro l’anno di vendite transfrontaliere scatta l’IVA del paese del cliente, da gestire con il regime OSS. Si, anche se sei forfettario!
- Vendite tramite marketplace e piattaforme (Amazon KDP, Udemy, app store): spesso è la piattaforma a gestire l’IVA verso il cliente finale, e tu fatturi o certifichi i compensi alla piattaforma. Il flusso esatto dipende dal contratto della singola piattaforma: falla verificare al commercialista.
Vendere online significa quasi sempre vendere anche all’estero, prima o poi. Meglio impostare bene queste cose al giorno uno che sistemarle dopo una lettera dell’Agenzia delle Entrate.
Quando il forfettario NON conviene?
Domanda scomoda ma necessaria. Il forfettario non è sempre la scelta migliore, e ci sono almeno quattro situazioni in cui conviene pensarci due volte.
Hai costi reali alti. È il criterio numero uno. Se i tuoi costi superano stabilmente la quota forfettaria (22% per i professionisti, 60% per il commercio), in regime ordinario pagheresti meno. Caso tipico: chi scala con l’advertising e spende il 40-50% degli incassi in ads.
Stai per sforare gli 85.000. Se viaggi verso i 100.000-150.000 euro l’anno, il forfettario è solo una tappa. Meglio pianificare il passaggio al regime ordinario (o la trasformazione in SRL) con mesi di anticipo, invece di subirlo a esercizio in corso.
Hai molte detrazioni personali. Nel forfettario perdi le detrazioni IRPEF classiche: spese mediche, ristrutturazioni, interessi sul mutuo. Se hai detrazioni importanti, il vantaggio dell’aliquota piatta si assottiglia. Va fatto un confronto numerico, non a sensazione.
Vendi principalmente ad aziende. Il vantaggio “niente IVA” conta poco nel B2B: le aziende l’IVA la detraggono comunque. E in ordinario recupereresti l’IVA sui tuoi acquisti. Il forfettario resta comodo per la semplicità, ma il vantaggio competitivo si riduce.
Gli errori più comuni di chi vende online in forfettario
Chiudiamo con gli errori che vedo più spesso, così li eviti in partenza.
- Non accantonare per tasse e contributi. Come si manifesta: primo anno euforico, secondo anno un F24 da migliaia di euro tra saldo e acconti, e i soldi sono già spesi. Correzione: accantona il 30-35% di ogni incasso dal primo giorno, su un conto separato.
- Ignorare il ragguaglio del limite. Come si manifesta: apri a settembre, incassi 30.000 euro entusiasta del lancio, e scopri che il tuo limite ragguagliato era circa 28.300. Correzione: se apri in corso d’anno, calcola subito il tuo limite reale (85.000 diviso 365 per i giorni di attività) e monitoralo.
- Scegliere l’ATECO sbagliato. Come si manifesta: ti inquadri come professionista al 78% quando la tua attività era commerciale al 40%, o viceversa, e te ne accorgi dopo due anni. Correzione: descrivi al commercialista cosa fai davvero (prodotti? servizi? entrambi?) prima di aprire, e rivedi l’inquadramento se il business cambia.
- Dimenticare marca da bollo e adempimenti minori. Come si manifesta: centinaia di fatture emesse senza bollo da 2 euro, sanzioni che si accumulano in silenzio. Correzione: usa un software di fatturazione che gestisce il bollo in automatico con l’assolvimento virtuale.
- Restare in forfettario per inerzia. Come si manifesta: il business cresce, i costi crescono, ma “il forfettario è comodo” e nessuno rifà i conti. Correzione: una volta l’anno, a novembre, siediti con il commercialista e confronta i numeri di forfettario, ordinario e SRL. Un’ora di analisi può valere migliaia di euro.
Domande frequenti
Posso stare nel forfettario se ho anche un lavoro dipendente?
Si, e per molti è proprio la configurazione ideale per avviare un side business online. La condizione: il tuo reddito da lavoro dipendente dell’anno precedente non deve superare i 35.000 euro lordi. Sotto quella soglia, dipendenza e forfettario convivono senza problemi. C’è un secondo vincolo: non puoi fatturare principalmente al tuo attuale datore di lavoro o a chi lo è stato negli ultimi due anni. Se superi i 35.000 euro di RAL, il forfettario per l’anno successivo è precluso e devi valutare il regime ordinario.
Quanto pago davvero di tasse con 30.000 euro di incassi?
Dipende dal coefficiente e dall’aliquota. Esempio freelance nuova attività (coefficiente 78%, aliquota 5%): imponibile 23.400 euro, contributi gestione separata circa 6.100 euro, imposta sostitutiva circa 860 euro. Totale versato: circa 7.000 euro, cioè il 23% circa degli incassi. Un e-commerce con gli stessi incassi avrebbe un imponibile di 12.000 euro ma contributi fissi da commerciante. Il punto da ricordare: i contributi pesano più dell’imposta, quasi sempre.
Cosa succede se supero gli 85.000 euro?
Ci sono due scenari. Se chiudi l’anno tra 85.001 e 100.000 euro, resti forfettario fino al 31 dicembre e passi al regime ordinario dall’anno successivo: hai tempo per organizzarti. Se invece superi i 100.000 euro di incassi in corso d’anno, l’uscita è immediata: da quell’incasso in poi applichi l’IVA e l’intero reddito dell’anno viene tassato in modo ordinario. Se il tuo business sta crescendo in fretta, monitora gli incassi mese per mese e parla col commercialista già quando superi i 70.000: la transizione pianificata costa sempre meno di quella subita.
Il forfettario conviene per vendere infoprodotti?
Nella maggior parte dei casi si, soprattutto nei primi 5 anni con l’aliquota al 5%. I margini degli infoprodotti sono alti, i costi di struttura bassi, e il vantaggio di non applicare l’IVA ai clienti privati ti permette di prezzare meglio dei concorrenti in ordinario. Il forfettario smette di convenire quando le spese di advertising superano stabilmente il 22% degli incassi, o quando ti avvicini al tetto degli 85.000 euro. A quel punto entra in gioco il confronto con regime ordinario e SRL, da fare numeri alla mano.
Devo fare la fattura elettronica anche se sono forfettario?
Si, l’obbligo di fatturazione elettronica vale ormai per tutti i forfettari, senza soglie di esenzione. Ti serve un software che invii le fatture al Sistema di Interscambio: le soluzioni per piccole partite IVA costano da 0 a 15 euro al mese e in genere gestiscono anche la marca da bollo virtuale da 2 euro sulle fatture sopra i 77,47 euro. Considerala una buona notizia: la fatturazione elettronica ti costringe a tenere in ordine i numeri del business, e i numeri in ordine sono la base di ogni decisione sensata.
Conclusione
Il regime forfettario è lo strumento fiscale più potente a disposizione di chi avvia un business online in Italia: tasse basse, burocrazia minima, e quel 5% per i primi 5 anni che è una vera rampa di lancio. Ma va usato conoscendone le regole: coefficienti, contributi, soglie di uscita e casi in cui non conviene.
Una precisazione doverosa: questo articolo è informativo e le cifre sono esempi indicativi, non consulenza fiscale. Prima di aprire o cambiare regime, confrontati con un commercialista di fiducia. E se vuoi il quadro completo su tasse e adempimenti per chi lavora online, riparti dalla guida a fisco e burocrazia per il business online: il forfettario è solo un pezzo del puzzle.